LA SERVA PADRONA, LIVIETTA E TRACOLLO

Produzione Coin du Roi Société d’Opéra
Distribuzione esclusiva a cura di Aida Studio

Celebratissimo o del tutto dimenticato in epoche alterne, Pergolesi sta godendo ora di un processo di riscoperta inarrestabile, sia per l’alto valore storico della sua parabola artistica sia per la bellezza delle sue composizioni e l’estrema attualità delle opere.

La serva padrona e Livietta e Tracollo sono fulgidi esempi di intermezzo buffo napoletano. Pregevole il lavoro di rilettura filologica, di reinterpretazione e di orchestrazione del maestro Christian Frattima, direttore artistico di Coin du Roi. La sua mano è evidente e si lascia riconoscere: espressività, precisione, bellezza delle forme insieme ad uno spiccato senso di attualizzazione. Una modernità che ritorna, un omaggio vivido e vivace al XVIII secolo, con piglio sicuro e gusto estetico elevato. Pressoché unico in Italia, Frattima non si limita alla riscoperta dell’opera barocca, ma ne ricostruisce filologicamente spartiti e libretti a partire dai manoscritti fino a giungere ad una realizzazione più autentica e originale possibile, scommettendo sulle proprie indubitabili capacità di musicista e di direttore. L’orchestra, di giovani e validi elementi, non cessa di stupire per la bravura, la tecnica e il generale affiatamento che traspira. Un ensemble unico, tra l’orchestra barocca e classica, versatile ed espressivo, che suona strumenti di ricostruita fattura filologica: complimenti vivissimi.

LA SERVA PADRONA

Intermezzo in due parti di Gennarantonio Federico

Musica di Giovanni Battista Pergolesi

Prima rappresentazione: Napoli, Teatro San Bartolomeo 5 settembre 1733

PERSONAGGI E INTERPRETI

Uberto Carmine Monaco

Serpina Aurora Tirotta

Vespone Nino Faranna

Vespina Cristina Castigliola

Uberto, appena destatosi, si lamenta dell’attesa a cui lo costringono i ritardi dei suoi servi, Serpina e Vespone. Mandata a chiamare, Serpina si presenta pretendendo di essere trattata da signora. Uberto monta su tutte le furie, ottenendo solamente che la sua serva gli rimproveri l’atteggiamento bisbetico e gli intimi di calmarsi. Per tutta risposta, il padrone ordina a Vespone di trovargli subito una moglie per contrastare la serva impertinente. Vorrebbe uscire lui stesso ma Serpina lo minaccia di chiuderlo fuori, proponendosi lei stessa come moglie. Uberto, conscio che le regole sociali non lo permetterebbero, rifiuta. La furba Serpina trama quindi un’alleanza con Vespone per compiere il suo piano di matrimonio. Egli, travestito da soldato, si fingerà suo pretendente. Temendo di perderla, Uberto comprende così di amare Serpina, ma non sa ancora come superare le convenzioni sociali. Ecco allora l’ultima trama: Vespone armato minaccia il padrone affinché conceda una dote di 4.000 scudi alla futura sposa. Così ella è finalmente padrona, la mascherata si rivela e Serpina può sposare Uberto, che felice perdona tutti.


LIVIETTA E TRACOLLO

Intermezzo in due parti di Tommaso Mariani

Musica di Giovanni Battista Pergolesi

Prima rappresentazione: Napoli, Teatro San Bartolomeo 25 ottobre 1734

PERSONAGGI E INTERPRETI

Tracollo, Carmine Monaco

Livietta, Aurora Tirotta

Facenda, Nino Faranna

Fulvia, Cristina Castigliola

Livietta sta tendendo una trappola al ladro Tracollo, di cui è stata vittima in passato. Travestita da contadina francese assieme all’amica Fulvia, finge di dormire lasciando in vista delle catene d’oro. Tracollo, travestito da donna polacca, casca nella trappola e viene colto in flagrante. Tenta quindi goffamente di impietosire la donna e di fuggire. Ritroviamo Tracollo ancora una volta travestito, questa volta da pazzo astrologo, ennesimo inganno per sfuggire alla morte. Vedendo avvicinarsi Livietta, medita una vendetta ma viene subito riconosciuto. Finge allora di essere il suo stesso fantasma, ma Livietta risponde degnamente fingendo a sua volta di morire per l’angoscia. Combattuto fra diffidenza e amor nascente, Tracollo infine tradisce commozione per la perdita di Livietta e le dichiara il suo amore. L’intermezzo termina con lo sposalizio dei due.

ARTISTI

Orchestra Coin du Roi

Maestro concertatore e direttore, Christian Frattima

Regiascene e costumi, Athos Collura

Aiuto-regista, Cristina Castigliola

Luci, Nevio Cavina

Coreografie, Roberta D’Alesio

Realizzazione scene, Erica Kimberly Lizzoni e Arjan Shehaj

Realizzazione graffiti, Giulio Morena Simone Salamida

Organico: 4 violini I, 4 violini II, 3 viole, 2 violoncelli, 2 contrabbassi, continuo (1 violoncello, 1 clavicembalo, 1 tiorba, 1 mandoloncello), 1 percussioni

durata: 2h con intervallo

distribuzione esclusiva a cura di AidaStudio in collaborazione con Coin du Roi Société d’Opéra

RECENSIONE

La produzione di questo “dittico Pergolesi” ha impegnato la creatività di Athos Collura, artista visivo e plastico già affermato a livello internazionale e di antico legame con la musica, alla sua prima regia operistica. Non una delle performance che caratterizzano la poetica di Collura, ma una vera e propria regia, nel profondo rispetto per la musica e il libretto, secondo una rilettura realistica e tradizionale di riuscitissimo effetto. I due intermezzi non hanno comunanza nella trama, se non per il tema amoroso, e separatamente devono essere intesi. Tuttavia si intravedono alcuni parallelismi notevoli, quasi in simmetria, della disposizione dei numeri musicali: le arie iniziali di Serpina e Livietta hanno qualche somiglianza, ugualmente i simulati adii delle due furbe donne e infine le arie di dubbioso rassegnamento dei personaggi maschili Uberto e Tracollo. Giustificata quindi la scelta di mantenere un sottile fil rouge tra le due commediole. La serva padrona è di fatto uno sbeffeggiamento ardito della divisione in classi della società, tema che l’opera buffa napoletana riuscì nonostante la censura ad esportare in tutto il mondo. Serpina è la serva furba, indisponente e sfrontata del ricco Uberto e si mette in testa di diventare signora sposando il suo padrone: ma come fare? Uberto non sembra essere disponibile a cedere nemmeno sottoposto alle insidie della seduzione, unico rimedio è inscenare un finto matrimonio con un fantomatico “capitan Tempesta”, che altri non è se non il servo Vespone, che paventando terribili ritorsioni intima a Uberto, il tutto per voce di Serpina, di garantire alla donna un’onerosa dote. Spinto dalla pietà e, nondimeno, dalla borsa, Uberto preferisce infine sposare la serva che cederla costosamente a un violento militare. La trama irriverente si unisce ad una musica ironica e raffinata, i cui colori sorprendono per semplicità e sentimento. Eleganza prestata alla trivialità, il cui effetto comico e burlesco è sapientemente misurato senza mai eccedere nella banalità volgare. La regia situa la storia nell’antichità romana, nei locali di una villa romana a Pompei: sobri, con un tocco di superfluo tipicamente partenopeo. I giochi e gli equivoci si svolgono attorno ad un letto e ad una vasca ai lati della scena, contornata da colonne scanalate e drappi rossi. Sul fondo una parete affrescata e al centro, monito di comicità, un busto che volge la schiena e le terga alla platea. Realistici i costumi, senza pretese ma ben congeniati, e di buon effetto le trovate teatrali. Le vestigia della scenografia le ritroviamo subito dopo l’intervallo in Livietta e Tracollo (o La contadina astuta). Questa volta Athos Collura ha voluto ambientare ai giorni nostri la storia, ma con ironia: sono infatti le rovine della villa di Uberto a fare da sfondo alla vicenda dei due protagonisti. Le pareti sono ora riutilizzate per i murales dei giovani graffitari, per gli attacchinaggi della propaganda politica e come supporto di un’edicola religiosa dedicata alla Madonna di Pompei. Attorno a quel che resta del colonnato va in malora un cantiere archeologico, malandato e depredato. L’atmosfera è decadente, poliziotti sfaccendati, ambigue prostitute e giovani teppisti riempiono il palco, e del resto anche l’operina è di un’ironia ben più diretta e scanzonata, ma non meno pregevole musicalmente, de La serva padrona (basti pensare che qui Tracollo in un primo momento finge di aver nome Baldracca, termine che all’epoca aveva già assunto il significato odierno). Livietta e Tracollo si svolge in due momenti distinti nel tempo e nello spazio. La prima e breve parte dell’operina, che la regia fa svolgere sul proscenio davanti al sipario chiuso, vede i due giovani bisticciare per un fallimentare tentativo di Tracollo, travestito da mendicante polacca, di derubare Fulvia, amica di Livietta, travestita da turista francese. Smascherato, il buontempone deve promettere amore alla contadina per evitare la galera. Nella seconda parte Tracollo, in fuga dalla legge e da Livietta, si finge indovino. Livietta non riesce a trattenere il riso per l’ennesimo travestimento malriuscito del suo fuggiasco sposo, ma quando egli dimostra inflessibilità e resistenza contro i tentativi della donna di intenerirlo, questa si finge colta da malore e moribonda. Solo così Tracollo, spinto da commossa pietà, cala la maschera e confessa i propri sentimenti per la bella contadina. Riuscita e d’effetto l’ambientazione contemporanea, coerente e in linea con la trama. Solo davvero troppo rumorosi i giovani che armeggiano con le bombolette nell’imbrattare i muri di cartongesso e forse un po’ eccessivo voler far fingere di fumare una sigaretta drogata ai due personaggi, quasi per giustificarne la rilassatezza. Simpatici i travestimenti dei due protagonisti, semplici ma efficaci, di intenzione macchiettistica. Ottimi gli interpreti. Eccezionale Aurora Tirotta, soprano di ottima tecnica, sempre con voce piena ed espressiva. Brava nella recitazione e a suo agio sul palco nei panni della scaltra, ma mai troppo cinica, donna di mondo. Ugualmente bravo Carmine Monaco, baritono versatile ed espressivo, ottimo nella dizione. Forse si è un po’ trattenuto nella recitazione, che avrebbe potuto essere più disinibita per questi ruoli buffi. La coppia ha funzionato e ha regalato scambi di battute e duetti di vispa qualità. Molto bravi i due attori, mimi richiesti dai libretti, nelle parti di aiutanti muti dei protagonisti. Nino Faranna, nei panni del servo di Uberto, Vespone, poi travestito da capitan Tempesta, e infine in quelli del losco complice di Tracollo, Faccenda: bravo ad interagire con il pubblico. Cristina Castigliola, nel ruolo di una serva di Uberto, poi di uno spirito infernale e infine di Fulvia, amica di Livietta. Agile, sinuosa e dalla spiccata espressività, si è spesa in parti appositamente introdotte dalla regia con notevole maestria. Ancora una volta entusiasmante il carattere stesso della soirée, che secondo i canoni di Coin du Roi non è mai solo spettacolo ma è anche ambiente e sensazioni: il Teatro Litta, antico palco settecentesco milanese, si è rivelato azzeccatissimo per questa particolare e straordinaria stagione operistica e in tutte e tre le occasioni Coin du Roi ha allestito appositamente un pregiato rinfresco a buffet di bevande e cibi raffinati. La ricreazione di un contesto galante ha accompagnato lo spettatore al godimento sinestetico della metafora barocca.

(Marco Nebuloni, fermataspettacolo.it)